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Inizia il secondo semestre - Nathania Zevi alla Columbia University

(..) La situazione di questo secondo semestre è più o meno questa. La mattina ti alzi, ti copri con strati e strati e corri fuori di casa prima di svenire dal caldo. Almeno un’oretta secca di metro dove ti muovi come l’uomo Michelin che quasi non riesci a trovare l’abbonamento nel portafoglio o a sederti come una personcina normale sulla sedia e poi eccoti in qualche zona remota di Long Island,  Brooklyn o Queens, pronto a tutto: “Cosa ne pensa Lei del fatto che, contro ogni previsione, il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti  è  passato dal  dieci percento al 9,7?”, e intanto sbatti i denti e preghi che al deli accanto abbiano una minestra che, oltre a non contenere carne e altri generi alimentari non kosher che non posso mangiare, non ti mandi dritto all’ospedale.

Quando tira vento, vorrei aggiungere, qui è una roba che ti fa rimpiangere persino le tempeste di neve che di tanto in tanto si abbattono sulla città e che da Roma sembravano tanto belle e romantiche e che invece qui dopo due ore ti verrebbe da dire “Vabbè  adesso basta però, finché  si scherza si scherza” perché , tra l’altro, neppure la più sofisticata delle tecnologie che usiamo è  in grado di eliminare il fruscio – wooooooooo – del vento che soffia sotto tutte le registrazioni, accompagnato sempre dai miei attacchi di tosse incontenibile.

(…) Le cose da quando sono tornata dall’Italia sono andate piuttosto bene. I corsi sono ricominciati poco fa per dare tempo a tutti, una volta tornati dalle vacanze, di lavorare ai nostri Masters Project, ossia le nostre tesi di stampo giornalistico su diversi argomenti che possono andare dalla politica locale, allo sport, a tematiche legate alla salute.

Si tratta di una cosa abbastanza terrificante. Credo infatti che la maniera migliore di definire il Masters sia mega articolone di 5.000 parole (una quindicina di pagine) in grado di mangiarti vivo nella fase del reporting, ma anche in quella della scrittura e, per me, più ancora in quella dell’editing, dove mi sono letteralmente persa nelle mie stesse parole dopo essermi fatta prendere un pò la mano dal taglia-incolla.
Ogni studente della scuola, infatti, per la tesi, viene seguito da un advisor, che ha il compito di indirizzare, seguire, strigliare lo studente, e nel frattempo correggere il progetto.  A me, con grande gaudio,  è  capitato un gentilissimo signore che si chiama Trip Gabriel,  e che di mestiere fa il capo della sezione Styles del New York Times, quella che spulciavo da capo a fondo pure da Roma.

Alla radice del fatto che Columbia abbia scelto di affidarmi a Gabriel (che però vuol essere chiamato Trip), c’è  il fatto che a luglio, senza ancora sapere di che morte sarei morta qui, ho segnalato che il mio grande interesse era la moda e più ancora il business della moda.  Deve essere stata quella decisione, neanche tanto ponderata, a regalarmi l’opportunità di recarmi ogni settimana presso la sede del New York Times a respirare quell’adrenalina indescrivibile e a immaginarmi un giorno (con la più ribelle e perversa delle fantasie), a  conversare amabilmente con un signore come Trip che però invece di essere il mio advisor in quel caso  è  il mio editor.

Un paio di settimane fa Trip mi ha invitato a presenziare, come ospite, al front-page meeting delle 3. Inutile commentare, è il posto dove si decide cosa è importante e cosa no. Il palcoscenico  è  il mondo intero. Passo indietro però. Perché per me quel palazzo sulla 41esima  è  ancora, e probabilmente rimarrà, un luogo di “studio” e null’altro.

L’argomento della mia tesi è  la situazione legale e immobiliare che interessa il Garment District di Manhattan, che poi  è  anche la stessa zona dove si trova il NYtimes;  area storicamente dedicata alla produzione di abbigliamento e oggi oggetto di una intensa battaglia legale da parte dei real estate developers che la vorrebbero trasformare in una costosa area residenziale e commerciale.

La fase di reporting, che  è  durata da ottobre fino circa a gennaio, mi ha consentito di intervistare una serie di personaggi interessanti dell’amministrazione cittadina ma soprattutto tanti stilisti e creativi — e di visitare i loro laboratori. Abbiamo passato ore a parlare e a registrare tra rotoli di tessuto e abiti incredibili che alle volte ho avuto anche l’opportunità di provare (a lavoro finito, God forbids) giocando a fare la principessa.

Quindi, fino circa alla metà di febbraio, la vita  è  stata romanticamente quella degli scrittori poco, o molto, stressati, che si svegliano la mattina, fanno una lunga, contemplativa colazione cercando di procrastinare il più possibile il momento di iniziare a scrivere (all’inizio dell’anno Michael ha chiarito che alla seconda volta in una mattinata che ti convinci dell’assoluta necessità di passarti  il filo interdentale, e lo fai,  puoi tranquillamente ammettere di essere a un punto di stallo con il tuo pezzo e di aver bisogno di una soluzione di “quasi emergenza”),  poi cinque ore circa di lavoro al giorno e a seguire passeggiate, caffè e cinema. Una bellezza.

Purtoppo però, ma forse neanche tanto purtroppo, sono ricominciati i corsi, anche se io e una serie di amici ci siamo promessi di non interrompere completamente lo svacco e ci stiamo anche discretamente riuscendo.

Il lunedì ho il corso di Business Reporting con un professore che si chiama Thomas Herman, che ha lavorato millenni al Wall Street Journal.  Stranamente lavorare con i numeri mi produce grande panico ma anche esaltazione. Nelle poche lezioni che abbiamo fatto è stato già chiarito che il giornalismo economico e soprattutto finanziario, è “predizione”, “anticipo”, e la cosa mi sembra quasi magica anche se, ad esempio, solo la scorsa settimana ho puntato tutto sul fatto che il tasso di disoccupazione per il mese di gennaio (i dati ufficiali sono stati pubblicati solo ieri dal Bureau of Labor Statistics) sarebbe stato il 10,1 percento, mentre abbastanza insospettabilmentem è calato al 9,7. Io non mi abbatto, anche perché, pensandoci bene,  questo potrebbe anche significare un lavoro per noi studenti sfigati.

Il secondo dei corsi che ho scelto si chiama City Newsroom [cronaca cittadina, ndr] ed  è  una vera e propria redazione di sessanta persone capitanate da Michael ma organizzate in gruppi e “gestite” da diversi  assistenti e tech fellows, ovvero sia altri professori ed esperti di tecnologie.

La parte più impegnativa, che di sicuro mi mancherà moltissimo quando sarà finita, sono i viaggi oceanici in metropolitana e treno verso gli angoli più remoti di New York con addosso borse pesantissime, cavalletti, videocamera e computer. Ci sono mattine in cui mi chiedo perché non ho cercato in tutti i modi di essere ammessa al corso di “Literary Journalism”, dove si legge tanto ma lo si può fare da sotto le coperte, ma poi mi dico che coprire parti così estese di città è divertente e interessante e probabilemente non mi ricapiterà più.  E poi si impara a fare tante cose in metropolitana, anche a scrivere l’aggiornamento mensile per voi o a dedicarsi allo studio di qualcosa di argomento ebraico.

Il mercoledì invece qui  è  il “giornatone” in cui dalla prossima settimana dovrei iniziare il mio internship (stage) presso la redazione di  WWD, quotidiano di moda e business edito da Conde Nast e bibbia per chiunque lavori nel settore per poi correre dall’altra parte della città tentando di non arrivare in ritardo al corso di Feature Writing della professoressa Paula Span, una tra le più fascinose donne che abbia mai incontrato e la migliore professoressa di scrittura che potessi desiderare.

Su per giù questo  è  quello che succede “professionalmente” parlando e anche la vita personale scorre piuttosto tranquilla, con un po’ di ansia per ciò che verrà dopo, per le decisioni che si avvicinano, perché ogni singola persona con cui parlo sembra non poter, ragionevolmente per carità, evitare di chiedermi cosa farò dopo -  non ne ho la più vaga idea – e perché la fine di questa esperienza non  è  poi così lontana. E già mi dispiace.

Commenti

Fantastica esperienza, le tue parole sono fradice di esuberanza ed entusiasmo. Certo non tornerai più qui da noi, una tale preparazione così brillante non è spendibile in Italia.
Ma dimmi una cosa, come hai fatto ad arrivare lì? che percorso di studi? e le tasse le paghi o hai una borsa di studio?
Grazie, e in bocca al lupo

Ho trovato oggi il tuo blog e credo che lo leggerò spesso!Mi piace moltissimo!Poi avevo letto il libro-intervista che hai scritto con Tullia Zevi quindi sapevo già chi eri. Mi rispecchio in molti aspetti della tua vita da studentessa all'estero:io sono in Cina da poco più di un mese,chiaramente devo abituarmi a molte cose,soprattutto ai ritmi di lavoro che sono ben diversi da quelli italiani.. Ma spero di arrivare anch'io a fine semestre con la consapevolezza di aver imparato tante cose, e aver superato tanti limiti...Intanto ho messo il tuo blog tra i preferiti. Nei momenti di scoraggiamento leggerlo è indubbiamente molto confortante. Ti faccio poi gli auguri per il tuo lavoro da giornalista! In bocca al lupo! Saluti da Pechino!

Ma come te la tiri non sei la prima a laurearti alla columbia.

Caro Franco, di certo non sono la prima! E certo neppure la più brava. Anche tu hai studiato a Columbia? Il mio in ogni caso è un racconto, mi spiace ti abbia irritato. Ha divertito qualcuno, evidentemente non te. Di certo si scrive sperando di regalare un racconto a qualcuno e magari anche una risata, ma nulla è universale. Non so che lavoro tu faccia ma ti auguro cumunque grandi successi.

Ciao,

Nathania

Franco a quanto pare non hai un granchè da fare visto che hai commentato più d'un post. Io personalmente ringrazio Nathania per aver raccontato in maniera così esauriente della sua esperienza perchè sono anni che mi informo anche io per la Columbia e ti assicuro che non sarà la prima nè l'ultima laureata della Columbia, ma comunque entrarci è già una gran bella soddisfazione. Ma perchè la gente deve essere sempre disfattista?

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